In breve

 Relazione di Carmelo Diliberto, al Comitato Direttivo Regionale del 25 novembre 2003

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RELAZIONE DI CARMELO DILIBERTO, SEGRETARIO GENERALE CGIL SICILIA AL
COMITATO DIRETTIVO REGIONALE DEL 25 NOVEMBRE 2003.
Pochi minuti dopo la tragica notizia dell’attentato terroristico alla base di
Nassiriya, la CGIL esprimeva una posizione che si può sintetizzare in questo
modo: oggi è il giorno del dolore e del rispetto per i morti, da domani bisognerà
tornare a discutere sulle ragioni della guerra in Iraq e della presenza di truppe
italiane. Credo che oggi possano esserci le condizioni per cominciare questa
riflessione. Bisogna subito dire che un eccezionale corto circuito mediatico,
innescato dalla tragedia di Nassiriya , ha fatto emergere l’Italia che si
raccoglie unita nel cordoglio per i carabinieri, i soldati e i civili uccisi in Iraq.
L’ondata di emozione è stata fortissima e ha trovato la sua massima
espressione nella cerimonia funebre. Eppure non si è avvertito, se non in rari
casi, lo stridore tra il giudizio popolare sulla guerra in IRAQ e il pianto per i
nostri morti. Il tricolore si è affiancato alla bandiera arcobaleno, rendendole
meno conflittuali, meno antagoniste. Tutto questo aveva una prima spiegazione:
la tragica morte degli italiani colpiva in eguale misura chi era stato contro la
guerra e chi ne aveva condiviso la scelta favorevole.
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Probabilmente c’è stato un eccesso di retorica rispetto alla partecipazione
eccezionale di milioni di cittadini. Ora è il tempo di fare qualche
considerazione in più. Nei giorni scorsi, Vincenzo Consolo, chiamato ad
esprimere una parere sulla tragica coincidenza che “sono meridionali la
maggior parte dei morti nella strage e siciliani in particolare”, non ha esitato a
dire: ” non c’è nulla di nuovo, è sempre la parte più povera della nazione che
paga il prezzo più alto nella guerra. E questo è successo anche in questa guerra
ingiusta alla quale il nostro governo ci ha costretto.” Io condivido molto questa
espressione: c’è il riferimento al ruolo scelto dal nostro paese nella guerra
“preventiva” in Iraq e c’è l’amara constatazione di chi pensa che in missione ci
si va pure per comprarsi la casa per curare il figlio malato. Oggi l’Iraq assume
sempre più le caratteristiche di un campo di battaglia, in cui l’occupazione
militare, frutto di un intervento illegittimo, ratificato ex post dalla risoluzione
1511 dell’ONU, ha fallito il primo e pregiudiziale obiettivo, cioè quello di
liberare il paese dal tiranno Saddam e di pacificare il paese. Anzi, al contrario,
il regime di occupazione ha finito con l’attrarre un’iniziativa terroristica che
affianca e a volte scavalca la resistenza dei fedeli a Saddam. La conseguenza è
che una catena ormai ininterrotta di attentati terroristici investe alcuni paesi
musulmani, a partire dalla Turchia, individuato come un paese cerniera verso
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l’Europa. Ecco perché la CGIL fa ripartire il proprio ragionamento dal giudizio
sulla guerra preventiva, definita sbagliata e illegittima.
Il nostro giudizio sul terrorismo è stato altrettanto duro e deciso, ma esso si
combatte, innanzi tutto, prosciugando l’humus dentro cui si alimenta,
eliminando le differenza tra il Nord e il Sud del mondo, estendendo agli stati
che ne sono privi i concetti di libertà e di diritti per tutti.
La guerra preventiva è un concetto che sovrintende a un ordine mondiale
basato su una egemonia economica e militare di una nazione: è una concezione
perdente e sbagliata.
Un ruolo importante potrebbe essere svolto dal nostro paese e dall’Europa, ma
qui emergono i limiti e le contraddizioni di un presidente del Consiglio
inefficace e sotto tutela dell’amico Bush. Eppure il nostro paese è portatore di
una tradizione politica europeista e di pace, molto ferma nella condanna del
terrorismo, con un ruolo di comunicazione con tutte le parti in causa, a partire
dal conflitto tra palestinesi ed israeliani.
La CGIL ritiene che oggi può e deve tornare in campo il grande ed articolato
movimento per la pace con parole d’ordine significative: no al terrorismo, no
alla violenza, no alle guerre preventive.
Il no al terrorismo di casa nostra è stato ribadito, nei giorni scorsi, con le
partecipate manifestazioni tenutesi in Toscana, in cui sono stati ribaditi
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concetti come l’unità tra i sindacati e l’unità tra i lavoratori, in cui sono state
spazzate via le provocazioni di giorni prima, tendenti a configurare il
sindacato, e la Cgil in particolare, come incubatori per i nuovi terroristi.
CGIL CISL UIL non hanno mai cessato di mobilitarsi e sono stati sempre in
piazza su questi temi, anche quando le divisioni tra le confederazioni erano
profonde. Chi pensa il contrario finisce per fare il gioco dei terroristi, divide il
paese e rompe quella unità vera che già nel passato ha isolato e sconfitto le
Brigate rosse.
Questo richiamo alla unità contro il terrorismo , mi permette di ragionare su
un altro tema, in cui l’unità è stata decisiva.
Il 24 ottobre dieci milioni di lavoratori, pensionati, disoccupati, cittadini hanno
aderito allo sciopero indetto da CGIL CISL UIL contro la Finanziaria nazionale
e la controriforma delle pensioni.
Nonostante tutti i tentativi messi in atto dal governo (messaggio TV a reti
unificate, proclami sulla giusta scelta in difesa dei diritti dei padri e dei figli)
la risposta è stata massiccia ed uniforme in tutto il paese.
Abbiamo avuto altissime percentuali di adesioni, non solo nei nostri tradizionali
punti di forza, ma in tutto il mondo del lavoro dipendente. Molto positiva è
stata poi la presenza in tutte le piazze. In Sicilia abbiamo avuto un ottimo
risultato: possiamo dire che oltre ai poli industriali tradizionali (Priolo, Gela ,
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Milazzo, Fiat di Termini, Cantieri Navali, ecc.) dove la percentuale di adesione
allo sciopero è stata totale, in tutti gli altri settori abbiamo registrato
significativi successi. Nella pubblica amministrazione , nella scuola, tra gli edili,
nel comparto agricolo ed agroalimentare, nei trasporti e nei servizi la
partecipazione è stata massiccia.
Da ricordare anche la partecipazione ai cortei e ai comizi. Nonostante la
pioggia, decine di migliaia di persone hanno partecipato ai cortei fino alla fine,
a dimostrazione del fatto che c’era piena condivisione dei contenuti della
piattaforma.
Un aspetto, a mio parere, bisogna evidenziare, rispetto alla alta
partecipazione: è diffusa la consapevolezza dello scontro in atto. Si va al di là
degli stessi contenuti della controriforma sulle pensioni.
C’è consapevolezza che il vero problema è il contenuto della Finanziaria 2004,
che non prevede alcun sostegno allo sviluppo, è infarcita di una tantum e di
condoni che incentivano la illegalità e l’evasione fiscale e quindi bisogna dare
all’Europa, in cambio della possibilità di continuare a contrarre debiti, i tagli
delle pensioni dei lavoratori dipendenti. Se aggiungiamo l’ulteriore taglio al
trasferimento di risorse agli EE.LL e alle Regioni e quello delle prestazioni
sanitarie e sociali, il quadro è completo.
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C’è stata piena consapevolezza che l’Italia sta attraversando una profonda
crisi economica e il rischio di declino è palpabile. Gli ultimi dati parlano di un
calo contemporaneo di consumi, di produttività e di investimenti. Gli annunci
che parlano di preavviso di riprese sono flebili e ancora non percettibili.
Questo quadro fa aumentare la consapevolezza che le risposte della legge
Finanziaria sono assolutamente insufficienti: risorse inesistenti o dilatate
negli anni, nessuna risorsa aggiuntiva per le infrastrutture e il Mezzogiorno,
nessuna politica di rilancio per la scuola, per la ricerca e la formazione. E’
significativa, a tal proposito, la presa di posizione molto critica di tutti i
Rettori delle Università
All’indomani dello sciopero generale il governo risponde con la presentazione
formale (al Senato) del testo dell’emendamento alla legge delega sulla
previdenza e poi, nei giorni successivi, con la richiesta della fiducia su un maxi
emendamento su alcune misure contenute nella Finanziaria. Questi passaggi
sono l’ulteriore conferma della scelta del governo rispetto alle misure citate:
si tagliano e si mortificano i diritti delle persone al di là dello stesso risultato
economico che si può raggiungere. Fanno bene CGIL CISL UIL a reiterare la
richiesta di ritiro dei provvedimenti in materia pensionista come premessa
per una seria discussione sul futuro del sistema previdenziale nel nostro paese.
In questi giorni si sta sviluppando, da parte del ministro Maroni, una forte
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polemica nei confronti del sindacato, accusato di non avere alcuna proposta, di
sapere solamente dire dei No. Non è così: il sindacato deve avere proprie
proposte non solamente sulle questioni previdenziali, proposte capaci di
ridisegnare un moderno stato sociale, dalle pensioni agli ammortizzatori
sociali, dalla tutela dei più deboli, a partire dai non autosufficienti, ai
disoccupati in cerca di prima occupazione.
Io credo che bisogna capitalizzare il consenso acquisito con lo sciopero del 24
e dalle manifestazioni successive: ragionare su una proposta nostra che
ridisegni i diritti e le tutele, senza farsi condizionare dalle posizioni del
governo. Un nuovo livello di unità tra CGIL CISL UIL potrà essere raggiunto se
costruiremo una proposta unitaria, che possa essere confrontata con i
lavoratori, i pensionati, i disoccupati.
Già da mesi, sulla legge delega previdenziale, abbiamo fatto le nostre
controproposte: il governo non le ha mai prese in considerazione. La verità è
che sono opposte le filosofie dell’intervento: noi pensiamo a misure che
riducono il costo del lavoro senza andare ad intaccare il sistema pensionistico
pubblico: il governo punta alla riduzione delle prestazioni per fare cassa,
rischiando finanche di azzerare i futuri diritti per i giovani.
Una tale marcata differenza di posizioni ha, a mio parere giustamente, indotto
CGIL CISL UIL a proclamare una mobilitazione di lunga durata. Non è una
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questione di resistenza: si tratta di supportare con specifiche iniziative di
lotta, per tutto il periodo di discussione della Finanziaria e della legge delega
sulle pensioni, i momenti più significati della nostra piattaforma. Per questo
siamo stati il 15 novembre a Reggio Calabria, per questo i sindacati dei
pensionati andranno ad una giornata di mobilitazione e di informazione nel
territorio il 28 p.v., per questo il 29 novembre si terrà una grande
manifestazione nazionale per la scuola pubblica di qualità, per dire no alla
controriforma Moratti. Inoltre il 18 dicembre si avrà una giornata di
mobilitazione, a conclusione di una grande campagna di informazione e
sensibilizzazione, sul tema dell’immigrazione. Mi sembra inutile sottolineare
che il momento centrale ed unificante di questo programma di mobilitazione si
avrà il 6 dicembre, con la grande manifestazione nazionale a Roma. Il compagno
Caruana vi dirà degli aspetti organizzativi e logistici: a me preme sottolineare
la valenza politica dell’iniziativa. Ho ben presenti le difficoltà legate alla
partecipazione, al reperimento dei mezzo di trasporto, ai costi. Inoltre,
ritornare ad una manifestazione nazionale unitaria, dopo gli avvenimenti del
2002, può creare qualche complicazione nei rapporti. Persino la non omogenea
mobilitazione di alcuni settori della CISL e della UIL possono creare
discussione: ma sono ragionamenti che bisogna superare. La scadenza del 6
dicembre è fondamentale per lo scontro in atto. E’ pure possibile che si dovrà
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ricorrere ad un ulteriore sciopero di otto ore, ma intanto la tappa del 6
dicembre è importante. La sua riuscita servirà anche a scoraggiare coloro, e
sono tanti, che in questi giorni, tentano di dividere il movimento sindacale. Le
risposte venute dalla conferenza di organizzazione della CISL sono importanti
e rassicurano sulla tenuta unitaria. Una grande riuscita della manifestazione,
una forte partecipazione da tutte le regioni d’Italia, rafforzeranno questi
principi di unità. E’ importante che il Mezzogiorno e la Sicilia diano una forte
risposta positiva: a Reggio Calabria abbiamo avuto modo di evidenziare le nuove
difficoltà. Innanzitutto è stato significativo ritornare, a quasi due anni
dall’iniziativa di Palermo, a verificare la questione mezzogiorno. Si può anche
discutere sull’articolazione della manifestazione, ma gli aspetti positivi sono
tanti e prevalgono. E’ emerso per tutti che si è interrotto il rilancio della
crescita che si era avuta negli ultimi 5 anni. Oggi il Mezzogiorno si presenta
con diverse sfaccettature: aree sviluppate come tante regioni del Nord,
problemi sempre più grandi in altre. Abbiamo ritardi non più sopportabili sulle
grandi opere infrastrutturali, da quelle materiali a quelle immateriali. Non ci
sono investimenti certi e tempi di realizzazione individuati per porti,
aeroporti, ferrovie. Sulle infrastrutture immateriali peseranno come macigni il
blocco dei finanziamenti per la ricerca e per l’Università. Il Mezzogiorno ha
una grande ricchezza: il grande potenziale rappresentato dal capitale umano,
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di cui una buona parte altamente scolarizzato, che non trova sbocchi ed è
costretto ad una nuova emigrazione. La Finanziaria non dà risposte: si
interviene persino sulle misure di incentivazione che pure avevano favorito,
negli anni scorsi la ripresa.
Da Reggio Calabria, dalla calda partecipazione può venire un monito: ci sono le
condizioni e le forze per costruire piattaforme, movimenti e proposte per
rilanciare la ripresa. Una nuova stagione di lotte, di qualità, quindi dal
Mezzogiorno. E un primo esempio viene dato in questi giorni dalla lotta delle
popolazioni della Basilicata.
Dopo la marcia dei 150.000, qualcuno sta parlando di “nuova questione
meridionale”. Certamente si tratta di una questione che è indicativa di come
questo governo intende lo sviluppo nel Mezzogiorno. Ci sono 150 siti in cui
vengono raccolte le scorie radioattive sul territorio nazionale, in condizioni di
sicurezza e di controllo, spesse volte, molto precarie. Si tratta di rifiuti che
provengono dalla vecchie centrali nucleari ed anche dalle industrie, dagli
ospedali, dagli stessi istituti di ricerca. E’ molto alto il rischio che un disastro
naturale (terremoto e/o alluvione), oppure azioni terroristiche possano
provocare una improvvisa contaminazione non controllabile.
L’Unione Europea ha invitato i singoli stati a dotarsi, entro il 2013, di un
deposito ingegneristico ed entro il 2018 di un deposito geologico. Eppure il
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governo, partendo dall'”urgenza e necessità” emana un decreto legge che
individua nel comune di Scanzano Ionico la costruzione del sito. E’ opportuno
fare alcune giuste considerazioni: questo è un tema molto delicato, difficile da
affrontare, che risente anche di antichi pregiudizi. Appare chiaro che è
necessario aprire un confronto vero, coinvolgere le popolazioni, attivare le più
avanzate ricerche per la sicurezza: esattamente l’opposto del decreto legge.
Si è individuata una zona in cui si è sviluppata un’agricoltura molto
all’avanguardia: con prodotti per lo più biologici, esportati in tutto il mondo ed
inoltre insiste un turismo molto all’avanguardia; non a caso, da anni, si parla
della Basilicata come della California dei Sud.
Questa scelta dà l’immagine della considerazione in cui viene tenuto il
Mezzogiorno da parte del governo.
Qualcuno, nei giorni scorsi, ha parlato di Pasquasia, come sito di riserva nel
caso a Scanzano vincano le giuste rivendicazioni della popolazione. Abbiano
evitato commenti per non creare allarmismi. Una cosa deve essere certa: la
miniera di Pasquasia rappresenta, ancora oggi, una ferita aperta per la
provincia di Enna e il centro della Sicilia. Abbiamo pagato con la perdita di più
di 1.000 posti di lavoro la politica scellerata dei governi regionali, non saremo
disponibili a riaprire quella ferita utilizzando le gallerie di Pasquasia come
nuova pattumiera d’Italia. Già negli anni scorsi si era parlato di utilizzare
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questo sito minerario come luogo di conservazione delle scorie minerarie, la
reazione delle forze sociali, dei sindacati, delle popolazioni era stata
durissima.
Il richiamo alla questione Pasquasia e alla crisi delle province interne della
Sicilia ci porta a ragionare sulla nostra regione.
Questi mesi, dopo la ripresa estiva, sono stati caratterizzati, in Sicilia, da una
situazione economica ed occupazione ancora peggiorata:
1. gli indicatori economici danno una crescita non superiore allo 0.5%,
inferiore a quella del resto del Mezzogiorno;
2. i punti di crisi si accentuano in ogni provincia: si hanno pesanti ricadute
sull’occupazione, non solo nelle grandi aziende, ma è realistico il rischio
di scomparsa di una ampio tessuto di piccole imprese;
3. il costo della vita ha avuto un’impennata tra le più alte del paese. Si è
creata una vera emergenza per una fascia sempre più ampia della
popolazione. In alcune città capoluogo, alcuni generi sono cresciuto in 20
mesi del 100%!
4. Il quadro politico si è ancora di più appesantito: ormai la frattura
dentro la maggioranza è visibile a tutti e si traduce in un oggettivo
blocco di ogni azione di governo.
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Le riforme annunziate, prima della sessione di bilancio, sono rimaste
lettera morta: penso agli impegni per la riforma della Formazione
Professionale e alla legge sulla riforma delle ASI, ormai ridotti a strumenti
assolutamente insufficienti a sostenere le richieste delle imprese.
Eppure lo scenario è sempre più difficile: ci sono scadenze ed impegni che
non possono più essere disattesi:
a. Ragionare su quali risorse aggiuntive : si rischia di vanificare l’occasione
per la rimodulazione dei Fondi Agenda 2000, con il rischio di un uso
“ordinario” dei Fondi, ad esempio come si pensa di fare per la
Formazione Professionale.
b. La valutazione sull’allargamento a 25 paesi dell’Unione Europea con
conseguenze sui flussi di finanziamento futuri, su vere e proprie nuove
migrazioni di manodopera; sulla nuova concorrenza nei vari settori
produttivi;
c. La creazione, a partire del 2010, di un’area di libero scambio nel
Mediterraneo, con un ruolo centrale della Sicilia tutto da definire e da
costruire;
d. La necessità di una regolamentazione del flusso di immigrati, con un
vero contrasto ai racket di carne umane, e con i ragionamenti su come
favorire l’integrazione di questi popoli. Queste cose le abbiamo dette ad
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Agrigento, ribadendo la richiesta di una legge quadro sull’immigrazione.
Su questi temi è opportuno che cominci a lavorare con impegno il
costituendo Osservatorio.
Per questo è necessario ragionare su alcune idee forza:
· La riforma dello Statuto e la nuova legge elettorale;
· La questione delle risorse ordinarie, il rapporto Stato-Regione, la
riforma del Bilancio, una politica di rigore e di contenimento del debito,
la rimodulazione di Agenda 2000;
· Alcune proposte sullo sviluppo, partendo da idee sul rilancio delle
attività produttive (industria, agricoltura ed agroalimentare, con
particolare attenzione al biologico, sistema delle piccole e medie
imprese, partendo dall’esistente ed aiutando le sollecitazioni e le
vocazione che vengono dai territori)
In queste ultime settimane abbiamo ragionato molto con Cisl e Uil.
L’esperienza positiva della preparazione dello sciopero del 24 ottobre, altre
iniziative specifiche ci hanno portato ad un ragionamento molto ampio, nel
corso di una lunga riunione di segreteria unitaria. E’ stato il primo vero
momento di confronto, senza rete, sulle analisi della situazione nella nostra
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regione, sulle prospettive e sui reali punti di costruzione di un percorso
unitario.
E’ stata una discussione molto franca, che ha scavato sulle differenze e sulle
diffidenze accumulate nei mesi precedenti. Ci hanno, ovviamente, aiutato, le
esperienze costruite nei mesi scorsi: la piattaforma dello sciopero del 7
febbraio, la riunione dei Comitati Direttivi unitari a sostegno dell’accordo con
Confindustria, le piattaforme unitarie costruite in tante province, le
esperienze unitarie e le vertenze condotte da tante categorie regionali.
La mia opinione è che nella Cisl si è aperta una vera discussione sul ruolo del
sindacato, sul grado di autonomia effettiva da alcune forze politiche, su una
nostalgia a funzionare da elemento di cerniera tra il potere politico (Governo
regionale e amministrazioni locali) la burocrazia regionale e i lavoratori
rappresentati, su una fortissima connotazione a stare dentro gli equilibri
politici, di governo, a volte di potere.
Parlo di discussione aperta, che sconta contraddizioni, ritardi e, in alcuni casi,
persino di rischi di ritorno all’indietro. Ma è una discussione che bisogna
attenzionare. La loro conferenza nazionale, dei giorni scorsi, ha dato alcune
indicazioni: Guglielmo Epifani ha parlato di “necessità di mettere le divisioni
alle spalle e di necessità di usare realismo e prudenza per rendere meno
fragile il processo unitario. Il pluralismo del sindacato, la sua storia e le sue
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radici sono la forza stessa del sindacato” . Sono affermazioni importanti, che
sono state accolte bene dal popolo cislino. Io credo che su questi concetti
bisogna insistere e lavorare quotidianamente. Bisogna cogliere con positività
l’impegno di Pezzotta a ritessere un tessuto unitario, pur sapendo che restano
sullo sfondo diverse opinioni sulla definizione delle regole sulla rappresentanza
e sul modello contrattuale nazionale. Credo che qualche difficoltà maggiore
potremo averla con la Uil. Ma il percorso è segnato: alcuni passaggi in Sicilia
sono stati importanti. Si è convenuto sul giudizio sul governo Cuffaro “incapace
di risolvere un solo problema” sull’assenza di una strategia che punti a
rilanciare lo sviluppo, sulla necessità di individuare le condizioni per una
iniziativa generale di lotta. Si è deciso di lavorare per costruire proposte
unitarie sui temi più scottanti e definire una piattaforma da presentare in una
riunione dei Comitati Direttivi Unitari regionali, da tenere, possibilmente,
entro dicembre. L’idea, ormai condivisa, resta quella di andare ad uno sciopero
generale in Sicilia, di otto ore, con manifestazione a Palermo, all’inizio dell’anno
nuovo.
A ragione, qualche compagno dice sempre che il problema non è solo quello di
indire uno sciopero: diventa altrettanto importante definire i contenuti della
piattaforma. Per questo si sta lavorando su temi scottanti come le politiche
sociali e la sanità, le infrastrutture materiali ed immateriali e le intermodalità,
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una proposta per il precariato, un rilancio delle iniziative per i maggiori punti di
crisi. Credo che al ritorno dalla manifestazione del 6 dicembre potremo fare il
punto sul lavoro fatto.
In alcuni incontri vengono fuori tentativi di ritardare o di fermare il processo
unitario: penso che dovremo avere molta pazienza e pervicacia.
Alcune idee sono state già consolidate nella nostra elaborazione:
la costruzione di una piattaforma per un nuovo modello di sviluppo in Sicilia e
per un’iniziativa mobilitante, passa attraverso una “questione sociale” che deve
guardare al lavoro che non c’è, al lavoro che viene meno, al lavoro da creare, a
misure di sostegno al reddito, oltre che alla qualità del lavoro stesso.
E’ necessario tenere insieme temi importanti come l’ambiente e la
sperimentazione di fonti energetiche alternative.
Ecco perché è importante riunire , in questa fase, le elaborazioni delle singole
categorie e dei singoli territori.
Un percorso unitario per una piattaforma deve partire dal merito, CISL e UIL
bisogna impegnarle sul merito.
Alcune priorità bisogna attenzionarle:
domani i Comitati Direttivi regionali unitari dei sindacati dei pensionati
discuteranno sulla sanità e sui servizi sociali.
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Ribadisco che si tratta di una questione primaria, in cui si intrecciano interessi
di parte con un mondo di illegalità e di complicità tutto da scoprire, persino
con ambienti vicini a Cosa nostra.
Ribadisco che è necessario mettere fuori dal sistema i tanti Miceli e i tanti
Guttadauro e i tanti Aiello, rendendo trasparenti i meccanismi concorsuali e le
procedure e meno influenzabili le nomine. Deve essere rafforzato il sistema
sanitario pubblico, inteso come risorsa da salvaguardare, come sistema equo e
solidale, certamente più vicino ai cittadini. La Sicilia è una delle 5 Regioni
bocciate rispetto alla tenuta dei conti sanitari del 2002 nelle singole regioni.
Ormai si parla di un buco di 2,5 milioni di euro per quest’anno. Mentre si era
aperta con il Governo regionale una trattativa per ragionare sulla spesa
sanitaria, in contemporanea, nella Finanziaria regionale, vengono proposti nuovi
tickets e persino la vendita degli ospedali. Non si interviene e non si fa
chiarezza sulle 2 cause principali del deficit: l’alto costo della spesa
farmaceutica e il numero (oltre che la qualità) delle convenzioni esterne.
Ormai si parla di oltre 1500 convenzioni, non sottoposte ad alcun tetto di
spesa, con pagamenti a piè di lista. E’ questo, lo diciamo da tempo, un vero
sistema, che crea una rete di consenso e di sostegno al governo. Tanta
attenzione bisogna dedicare, a mio parere, ai piani di zona (ex 328): si ha
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l’impressione che la necessità di impegnare le somme entro dicembre rischia di
favorire un sistema di imprese appositamente creato.
Occorre puntare sullo sviluppo di una politica sanitaria nel territorio, rilanciare
i servizi territoriali, con il riconoscimento del ruolo dei distretti, coinvolgendo
le forze sociali e gli EE.LL presenti nel territorio stesso. E di ieri la notizia di
un possibile emendamento alla Finanziaria nazionale per l’aumento della
addizionale IRPEF fino all’1,4%. Se dovesse passare questa impostazione,
credo che in Sicilia dovremo attrezzarci per una proposta che tenga conto
della pesante situazione economica e pensare a proporre fasce di esenzione.
Altra idea forza deve riguardare la questione della mobilità. Credo che il
Regionale CGIL deve funzionare come cabina di regia rispetto ad un vero
progetto che guardi a 5 assi fondamentali: il viario, il ferroviario,
l’aeroportuale e la mobilità interna nelle grandi aree urbane.
L’architrave del progetto deve essere l’accordo di Programma Quadro, che
deve attivare procedure di verifica e di controllo.
A Gela, con la Fillea nazionale e regionale, abbiamo lanciato un allarme sui
ritardi del governo regionale nell’emanazione dei decreti attuativi, sui ritardi
nella discussione dei piani triennali delle opere pubbliche, sulla infiltrazione di
Cosa nostra nella gestione degli appalti, sul fenomeno del lavoro nero dilagante.
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In questi giorni, su questo tema, sono venute fuori denunce molto articolate e
preoccupanti.
Io credo che bisogna verificare se, unitariamente, è possibile costruire un
percorso di iniziative sui principali assi, così come indicato in alcune specifiche
riunioni.
C’è poi la questione del Ponte sullo Stretto: nei giorni scorsi si è svolta una
utile riunione a Messina, presenti anche le strutture della Calabria: c’è la
necessità di ritornarci. Bisogna pensare a un documento che individui scelte,
passaggi e scadenze e sottoporlo alla discussione di tutta l’ organizzazione. Ci
sono però scadenze che la categoria della Fillea deve rispettare, per non
correre il rischio di rimanere tagliati fuori dai passaggi successivi.
Temi altrettanto caldi continuano ad essere le emergenze nel settore della
chimica, con il fermo dello stabilimento di Gela, i problemi delicati evidenziati
a Siracusa nell’intreccio tra difesa dell’ambiente e della salute e il risanamento
dei siti. Per comodità rimando alla proficua discussione svoltasi a Caltanissetta
con la presenza di Carla Cantone. Un ulteriore momento di approfondimento è
previsto il 12 dicembre a Siracusa.
Restano aperte le questioni riguardanti il modo come si stanno attuando in
Sicilia le riforma dei settori dell’ acqua e dei rifiuti. Tra l’altro, un piano di
rifiuti predisposto in contraddizione con il Dlgs Ronchi, basato sulla
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costruzione dei termovalorizzatori e non sulla raccolta differenziata e sul
riciclaggio, sta creando tanti problemi e ritardi nel territorio. Già ad
Agrigento (Aragona e Casteltermini) e ad Adrano si sono avute iniziative di
massa e di contrasto.
Nelle riunioni di dipartimento ambiente e territorio si è stabilito di lavorare su
un unico progetto di sviluppo sostenibile, sia sul piano ambientale, sia su quello
sociale ed economico. Anche qui è necessario un grande lavoro nel territorio
per coinvolgere i soggetti sociali presenti, come previsto dallo strumento
Agenda 21 locale.
In questa direzione bisogna rilanciare l’iniziativa per un Piano energetico ed
ambientale in Sicilia, orientato verso fonti rinnovabili: eolico, solare e
sull’utilizzo delle biomasse. A questo proposito la FLAI è portatrice di una
proposta da discutere con Università e Regione in cui è possibile ragionare su
temi importanti come le fonti alternative e, nel contempo, ridisegnare, un
settore (la forestazione) uscendo da una gestione limitata di questo
importante settore dell’economica siciliana.
Sono temi interessanti e propedeutici per un nuovo modello: a nostro parere
la Sicilia deve candidarsi ad essere sede di sperimentazione di energie
rinnovabili, a partire dal solare e dallo studio sull’energia prodotta dalla
scissione della molecola dell’H2.
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Anche con CISL e UIL abbiamo cominciato a discutere: si tratta di
approfondire e arrivare a proposte articolate e condivise.
Mentre il sindacato ragiona su ipotesi che possono costruire un nuovo modello
di sviluppo, sulle occasioni per fare uscire la nostra isola da uno stato di crisi
sempre crescente, il governo Cuffaro si muove in tutt’altra direzione.
E’ stata presentata una Finanziaria, definita snella e di rigore, che dovrebbe
invertire la tendenza degli ultimi anni. In contemporanea va in discussione
all’ARS un ddl, di variazioni di bilancio, che si muove in direzione totalmente
opposta. Per avere una idea:
– entrano in aula49 articoli;
– escono 81 articoli, di cui due composti da 56 commi e riguardanti
modifiche di norme già esistenti.
In realtà si è usato l’assestamento di bilancio per varare una legge omnibus, di
quelle che, di solito, si approvano a fine legislatura, con il rischio della
bancarotta, senza seguire alcun criterio di programmazione finanziaria, un
vero assalto alla diligenza. Questo ci conferma che la Regione è allo sbando,
che Cuffaro non governa e non è in condizione di imporre una linea rigorosa,
mirata ad affrontare i nodi strutturali della spesa, che continua ad esser
senza controllo. Abbiamo già ribadito che lo scollamento tra governo e
maggioranza e la scarsa capacità di governo di questo esecutivo, fanno sempre
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più emergere l’urgenza di procedere al varo della legge elettorale, per dare
certezza ai cittadini siciliani. Il Commissario dello Stato ha bocciato 19,
articoli con varie motivazioni: è un evento che non si verificava da tanto tempo.
Sono significative le reazioni che ne sono seguite:
– Cuffaro: ha parlato di intervento politico e ha usato minacce di
ritorsione;
– l’Assessore Pagano: è intervenuto contro l’Aula e la Presidenza
dell’ARS;
– l’Assessore Castiglione: si è dilungato in elogi al Commissario
dello Stato.
Come immagine dello sfascio è sufficiente.
Due osservazione di fondo: si possono fare le controriforme nel silenzio e
senza alcun confronto?
Due esempi: il trasporto locale prorogato fino al 2006; il ridefinire il ruolo dei
dirigenti nella Regione senza confronto, alla vigilia del rinnovo contrattuale. Mi
chiedo a voce alta:
– perché in Sicilia i dipendenti delle aziende in crisi devono
confluire nella pubblica amministrazione?
– Non hanno insegnato niente le precedenti esperienze della GEPI e
della RESAIS?
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Da mesi sosteniamo che bisogna attenzionare il ruolo delle società miste: tante
volte è l’occasione per aggirare l’assunzione nella Pubblica Amministrazione.
Su questi temi è opportuno ragionare senza pensare di avere ricette in tasca.
Prima di chiudere 2 scadenze: nei prossimi giorni si terranno le elezioni per il
rinnovo degli organismi universitari (tra gli studenti).
Si vota il 3 e 4 dicembre a Palermo, Caltanissetta, Enna, Agrigento, Trapani.
L’UDU presenta una lista universitaria che fa riferimento allo schieramento di
centrosinistra.
E’ necessario utilizzare questi pochi giorni per dare una mano ai nostri giovani
candidati.
Per questi motivi sono previste riunioni specifiche nel territorio, nelle Camere
del Lavoro e nei Comuni più grossi. Bisogna insistere sull’informazione capillare
e pensare ad inviti al voto specifico.
Il 9, 10 e 11 dicembre si vota per il rinnovo della RSU nelle scuole. In Sicilia, in
tutto il territorio si è fatta un campagna elettorale eccezionale: abbiamo
presentato nostre liste nella quasi totalità degli istituti, raggiungendo +14% di
candidati rispetto alle elezioni precedenti; sono state prodotte iniziative di
massa, grazie all’impegno dei compagni della categorie, di tutte le CdL e di
tante categorie regionali.
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Abbiamo costruito un modo di lavorare per favorire un buon successo con il
contributo di tutti: ma siamo a metà dell’opera. Occorre ora tramutare la
mobilità e il consenso realizzati in voti ai nostri candidati. Credo che ci siano le
condizioni e sarebbe il giusto premio a lavoro fatto da tante compagne e
compagni.

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